di quell'informazione dalla circostanza che siano individuati in modo preciso coloro i
quali tali atti hanno compiuto. In altre parole, l'interesse alla conoscenza di un fatto,
che costituisce manifestazione del diritto ad informare e ad essere informati e che
rappresenta la spinta ideale che muove ogni ricostruzione storica, non
necessariamente implica la sussistenza di un analogo interesse alla conoscenza
dell'identità della singola persona che quel fatto ha compiuto.
Un'altra importante precisazione è necessaria. La decisione di un quotidiano, di un
settimanale o comunque di una testata giornalistica di procedere alla rievocazione
storica di fatti ritenuti importanti in un determinato contesto sociale e territoriale non
può essere messa in discussione in termini di opportunità. La scelta di una linea
editoriale o piuttosto di un'altra rappresenta una delle forme in cui si manifesta la
libertà di stampa e di informazione tutelata dalla Costituzione; per cui non può
essere sindacata la decisione - tanto per fare un riferimento al caso oggi in esame di pubblicare con cadenza settimanale, nell'arco di un certo periodo di tempo, la
ricostruzione storica di una serie di fatti criminosi che hanno coinvolto e
impressionato in modo particolare la vita di una collettività in un determinato periodo.
Ciò che, al contrario, può e deve essere verificato dal giudice di merito è se, pacifico
essendo il diritto alla ripubblicazione di una certa notizia, sussista o meno un
interesse qualificato a che essa venga diffusa con riferimenti precisi alla persona che
di quella vicenda fu protagonista in un passato più o meno remoto; perchè
l'identificazione personale, che rivestiva un sicuro interesse pubblico nel momento in
cui il fatto avvenne, potrebbe divenire irrilevante, per i destinatari dell'informazione,
una volta che il tempo sia trascorso e i fatti, anche se gravi, si siano sbiaditi nella
memoria collettiva. Il che significa che il diritto ad informare, che sussiste anche
rispetto a fatti molto lontani, non equivale in automatico al diritto alla nuova e ripetuta
diffusione dei dati personali.
E' questo, in definitiva, il costante filo rosso che tiene unita la giurisprudenza
nazionale ed Europea richiamata in precedenza. Ed è questo il senso
dell'affermazione, più volte rintracciabile nella citata giurisprudenza, secondo cui il
trascorrere del tempo modifica l'esito del bilanciamento tra i contrapposti diritti e
porta il protagonista di un fatto come quello di cui oggi si discute - che nessun diritto
alla riservatezza avrebbe potuto opporre nel momento in cui il fatto avvenne - a
riappropriarsi della propria storia personale. L'ormai lontana sentenza n. 1563 del
1958 coniò, in relazione alla drammatica vicenda del Questore di Roma, la cupa ma
felice espressione di "diritto al segreto del disonore". Tale espressione rappresenta
in modo plastico il fatto che la notizia della quale il soggetto si riappropria potrebbe
essere anche - e sovente ciò accade, specie quando il diritto di cronaca ha ad
oggetto vicende giudiziarie, come nel caso odierno - vergognosa o comunque tale
da far sorgere il legittimo desiderio del silenzio.
In questa linea vanno lette la sentenza n. 5525 del 2012 - la quale evidenzia
l'importanza che il trascorrere del tempo assume rispetto alle posizioni degli
interessati ed alla necessità che la notizia venga aggiornata - nonchè la sentenza n.
16111 del 2013 la quale, come si è detto, ha sottolineato la circostanza, decisiva
anche nel caso odierno, secondo cui una notizia che rivestiva un interesse pubblico
in un certo contesto non necessariamente continua a poter essere divulgata con tutti
i suoi riferimenti personali quando il lungo tempo trascorso ha reso ormai inesistente
quell'interesse. Nella stessa linea va letto il caso di Vittorio Emanuele di Savoia, in